Biennale dell'immagine
rassegna internazionale di fotografia e video



home          Bi8






info     archivio

 

Bi8

esposizioni    calendario   dove    news press    about      

 

 

 

 

 

8ª Biennale dell'immagine

 

 

 

 

 

 

 

OGNI SGUARDO UN PASSO
25 11 2012 - 31 01 2013

inaugurazione
sabato 24 novembre 2012

►►inviti e programma 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Heinrich Böhler, Stefania Beretta, Sabrina Biro, Elisabetta Diamanti, Giusi Campisi, Giusi Campisi (Cucicuci), Her (Rolla.info), Stefania Gurdowa, Anne Golaz, Nicole Hametner, Claire Laude, Claire Laude (consarc), Anna Leader, Barbara Lehnhof, Valérie Losa, Vivian Maier, Piritta Martikainen, Lucia Moholy, Leonilda Prato, Daniela Ray, Sara Rossi, Giovanna Silva

Spazio Officinam.a.x. Museo,
CUCICUCI, Galleria Cons Arc,
Mosaico Arte ContemporaneaRolla.info, Stellanove Spazio d'Arte, Demosmobilia, Cinema Teatro, Culture in Movimento, Casa Croci, Cine Club del Mendrisiotto

Novembre  2012
24   sabato
25   domenica
27   martedì

 




È difficile pensare a un fotografo che non solo non condivida con nessuno quelle che considera le sue opere più interessanti, ma che oltretutto lasci questo mondo senza aver mai gettato uno sguardo sui propri scatti, perlomeno nella forma che fino a pochi anni fa costituiva lo “stato zero” della fotografia: il negativo.

Vivian Maier (New York 1926 - Chicago 2009), la grande scoperta della street photography statunitense degli ultimi anni, è uno dei rarissimi esempi in questo senso, e la grande domanda che tutti ora vorrebbero porle (la Maier è scomparsa nel 2009 all’età di ottantatré anni) è molto semplice: “Perché fotografava?” Proprio a questo enigma fondamentale, che oggi ci permette di scoprire un mondo risalente a cinquanta o sessant’anni fa come se fosse contemporaneo, lo spirito della Biennale dell’immagine 2012-2013 deve molto. Non solo perché fin dall’inizio la figura di Vivian Maier è parsa irrinunciabile e ha costituito il vero e proprio fulcro attorno al quale si sono articolate le altre scelte, ma anche perché la sua incredibile traiettoria priva di spiegazioni, senza parole e proprio forse per questo chiarissima, ci ha fatto individuare una possibile comune chiave di lettura per il modo di procedere di altre fotografe che hanno lavorato o lavorano in modo completamente diverso, seguendo però quello stesso principio riassunto nella formula “Ogni sguardo un passo”, scelta quale titolo dell’intera manifestazione.

Un titolo apparentemente semplice, ma in realtà molto sfaccettato, poiché è vero che si può ridurre l’attività di ogni fotogr afo, prima del momento decisivo dello scatto, agli atti del vedere (lo sguardo) e del camminare (il passo), ma tutto dipende poi da cosa e come si osserva e dal contesto in cui ci si sta muovendo. Sotto questo titolo si ritrovano così, in particolare, le svariate esperienze di diverse donne fotografe, o donne artiste, di ieri e di oggi, non per scrupoli femministi, né con intenti assurdamente ghettizzanti, ma per assoluta convinzione nella costanza di uno sguardo e di un modo di porsi di fronte al soggetto, qualunque esso sia.

Tra centinaia di migliaia di immagini, ancora tutte da esplorare, Vivian Maier ci ha lasciato in particolare alcuni autoritratti realizzati di fronte a uno specchio posto nella vetrina di un negozio, trasportato per la strada da due operai o appeso a una parete della casa della famiglia dei cui figli si occupava come governante. A colpire particolarmente in queste immagini, che per il resto ci mostrano una riservata e insospettabile Mary Poppins, è lo sguardo sereno e aperto, modesto ma determinato, che lancia a se stessa (e ai posteri?) da sopra il mirino a vetro smerigliato della sua Rolleiflex. Uno sguardo che rispecchia le parole di Walker Evans, il quale esortava i suoi allievi a “osservare” poiché è l’unico modo “per educare il tuo occhio ma non solo”. Uno sguardo “educato”, il suo, che sottintende un movimento continuo verso il proprio soggetto, che non è in trepida attesa ma che va scovato, individuato in mezzo a mille volti, a mille situazioni che si susseguono a ritmo incessante e che l’occhio del fotografo deve essere sempre pronto a cogliere. Passo dopo passo, deve essere però in grado anche di controllare il proprio stato d’animo, senza lasciarsi travolgere da quell’eccitazione che potrebbe condurlo su false piste, con il rischio di farlo finire in un vicolo cieco.

 

Spesso capita anche alle opere di molti fotografi di venir scovate e tornare alla luce quasi per miracolo. È il caso, oltre che di Vivian Maier, delle altre tre fotografe “storiche” che la Biennale dell’immagine presenta negli spazi del m.a.x.museo. Lucia Moholy (Praga 1894 - Zurigo 1989), pur essendo considerata l’autrice della più importante opera di documentazione riguardante l’eccezionale esperienza del Bauhaus, non ha mai avuto in tempi recenti l’onore di una mostra personale, continuando a essere considerata in primo luogo come la moglie del più celebre e celebrato László Moholy-Nagy. Nella sua fotografia, che potremmo definire sperimentale, testimonia con tagli inconsueti l’atmosfera innovativa della didattica della scuola, in particolare con la sezione dei ritratti degli stessi maestri del Bauhaus. Attiva in corsi di fotografia, Lucia si distingue per la sua capacità analitica e successivamente partecipa all’esposizione Film und Foto a Stoccarda. La sua attività di studiosa è particolarmente documentata nel suo testo A Hundred Years of Photography, pubblicato a Londra nel 1939. Le sue inaudite “incursioni” toccano anche gli ambiti della critica e della pedagogia dell’arte.

 

Più “classici”, nell’ambito della storia della fotografia, ma ugualmente interessanti per la loro singolarità sono i percorsi seguiti da Leonilda Prato (Pamparato 1895-1958), fotografa ambulante quasi per caso collocata tra il Piemonte e la Svizzera romanda nei primi decenni del Novecento. La sua produzione è stata riscoperta solo di recente grazie a una prima incursione nel suo eccezionale archivio, e la mostra allestita a Chiasso è la prima in assoluto a offrire una panoramica della sua opera secondo criteri artistici.

La stessa cosa si può dire della sua contemporanea polacca Stefania Gurdowa (Bochnia 1888-1968), la quale vede passare nel suo studio centinaia di persone nei cui sguardi sembra trapelare la consapevolezza che il loro mondo sta per essere sconvolto dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Sconvolgimenti che influenzeranno fortemente la vita della stessa fotografa, tanto che le sue Immagini, considerate perdute, riaffioreranno da un nascondiglio ricavato nel muro del suo studio soltanto una decina d’anni fa. Senza parlare del caso limite, quello di Heinrich Böhler (1881-1940) e delle fotografie da lui scattate durante gli anni Dieci del XX secolo nell’entourage viennese di Gustav Klimt, giunte inaspettatamente in Ticino senza che il nome del loro autore fosse tramandato. Un piccolo mistero che la Biennale dell’imagine è ben lieta di aver contribuito a chiarire.

 

“Ogni sguardo un passo” è però un motto che si applica perfettamente anche agli artisti e alle artiste di oggi, nonostante i contesti e le situazioni siano mutati. Guardare, esplorare, magari con più attenzione che nel passato, e magari con maggiore sospetto e minore rispetto da parte dei potenziali soggetti, rimane il pane quotidiano di Claire Laude (1975), Piritta Martikainen (1978), Stefania Beretta (1957), Anna Leader (1979), Sara Rossi (1970), Anne Golaz (1983), Nicole Hametner (1981), Giovanna Silva (1975), Sabrina Biro (1981) e Barbara Lehnhoff (1983), Daniela Ray (1960), oltre alle artiste Elisabetta Diamanti (1959), Giusi Campisi (1966) e Valérie Losa (1980). O ancora l’interessantissima proposta di un’esposizione intitolata Her, in cui la Fondazione Rolla offre una selezione di una trentina di immagini di donne fotografe che indagano i diversi temi, quali il ritratto, l’archeologia industriale, lo still life, le architetture, i paesaggi. La collettiva abbraccia uno spazio temporale di oltre un secolo, partendo da un’albumina del 1874 di Julia Margaret Cameron fino alle immagini più recenti di Vera Lutter e Dodo Jin Ming.

 

Sguardi forse meno netti, i loro, passi forse più incerti rispetto a quelli delle “maestre” del passato, che potevano godere, comunque, di un campo d’azione più libero, di un orizzonte più vasto. Ma passi e sguardi ben decisi a lasciare un segno forte nel diluvio di immagini che oggi rischia di far annegare anche il nostro senso critico. I loro sono scatti “in movimento”, non in senso cinematografico (anche se a questo proposito sarà interessante verificare le interazioni tra le mostre e i film della rassegna ad hoc proposta al Cinema Teatro), ma perché vogliono portarci da qualche parte, vogliono farci condividere l’universo (grande o piccolo, vicino o lontano) che le autrici hanno già esplorato con passione. I loro lavori sono la dimostrazione, insomma, che solo la negazione dello sguardo e il divieto di spostarsi possono rendere superflua la professione di fotografo. Solo in una società priva di libertà la fotografia perderebbe la propria ragion d’essere, poiché allora ogni nostro passo e ogni nostro sguardo non ci apparterrebbero più.

 

Antonio Mariotti

a nome del Comitato dell’8a Biennale dell’immagine

 

 

 

per Gurdowa: Imago


Spazio Officina



m.a.x.museo






Galleria Cons Arc


Mosaico Arte Contemporanea


Demosmobilia


Rolla.info


Casa Croci


Stellanove spazio d'arte



Cinema Teatro

dicembre 2012
  1   sabato
  2   domenica
  4   martedì
11   martedì 
16   domenica


gennaio 2013
  6   domenica
10   giovedì
13   domenica
20   domenica
27   gennaio 



©
copyright
i rispettivi autori per le foto e per i testi
nessuna immagine, testo, o parte del sito può essere riutilizzata senza il consenso degli autori
© per il sito web
Guido Giudici
Cons Arc, Chiasso

 

 

 

 

 













..
©consarc
i contenuti di questo sito non possono essere utilizzati senza il consenso di Cons Arc, Chiasso