Bi8 BIENNALE DELL'IMMAGINE - OGNI SGUARDO UN PASSO

Biennale dell'immagine
rassegna internazionale di fotografia e video



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8ª Biennale dell'immagine

   
       
 

OGNI SGUARDO UN PASSO
24 11 2012  -  31 01 2013


 

 

 

 

 

       

 

m.a.x. museo 

LUCIA MOHOLY (1894-1989) tra fotografia e vita
a cura di Angela Madesani e Nicoletta Ossanna Cavadini


Leonilda Prato
Un cammino verso la luce

Stefania Gurdowa

Il doppio volto.
Sommersi e salvati

a cura di Daniela e Guido Giudici
e del Comitato Biennale dell'Immagine




  LUCIA MOHOLY (1894-1989) tra fotografia e vita

La mostra s’inserisce nella 8ª edizione della Biennale dell’immagine, manifestazione focalizzata sull’arte fotografica e sulle arti visive contemporanee. L’esposizione al m.a.x.museo dedica un “focus” particolare alla figura di Lucia Moholy (1904-1989), fotografa, scrittrice e insegnante, meglio nota come moglie dell’artista Lázló Moholy-Nagy. La sua opera è parte integrante dell’avanguardia fotografica tedesca e facente parte della corrente della “nuova oggettività” Neue Sachlichkeit.

Lucia Moholy comincia a dedicarsi alla fotografia nel 1922 a Weimar, aiutando il marito nelle sue formulazioni teoriche e negli esperimenti fotografici. Segue un periodo a Lipsia (con Walter Peterhans) e quindi a Dessau dove abita e ha un proprio studio in una delle case dei Maestri del Bauhaus. Lucia Moholy immortala per la prima volta gli uffici della scuola del Bauhaus; nello stesso periodo sperimenta nuove riprese dedicandosi anche al ritratto di artisti. Rimangono importantissimi – perché ne sanno esprimere anche la personalità e il carattere – i suoi ritratti di Walter Gropius, di Georg Muche, di Johannes Itten, di Franz Roth, di Nelly e Theo van Doesburg, di Anni Albers, di Florence Henri, di Nina e Wassilly Kandinsky, di Julia Feininger, di Otti Berger, di Heinrich Jacoby, di Lilly e Hans Hildebrand e di Paul Klee nel suo atelier. Successivamente prende parte alle esposizioni Neue Wege der Photographie (Nuove vie della fotografia, Iena, 1928) e partecipa all’esposizione Film und Foto (Stoccarda, 1929), quindi insegna a Berlino. Nel 1933 – chiuso il Bauhaus – emigra a Praga, Vienna passando un periodo anche in Yugoslavia, quindi a Parigi e stabilendosi poi a Londra (1934-1939), dove apre uno studio di estetica e di posa, si distingue come scrittrice e ritrattista. Partecipa da intellettuale anche al lato teorico della fotografia, scrive numerosi articoli e nel 1939 pubblica A Hundred Years of Photography, 1839-1939 (Harmondsworth, 1939), una storia culturale della fotografia che rimarrà antesignana dello specifico settore. Tiene conferenze sulla scuola del Bauhaus e sulla storia sociale della fotografia alla London School of Printing and Graphic Arts e alla Central School of Arts and Crafts. Nel 1946 Lucia Moholy diventa la responsabile cinematografica dell’UNESCO, in particolare per i paesi del Medio Oriente, e nel 1963 dirige l’Archivio storico culturale di Istanbul e Ankara.

Cresciuta fra uomini di talento e carattere, Lucia Moholy si separa dal marito e, dopo diverse dimore, decide di vivere in Svizzera, a Zurigo (Zollikon) dove continuerà la sua attività di fotografa e soprattutto di pubblicista nell’ambito della critica d’arte e della pedagogia dell’arte. Muore a Zurigo nel 1989 senza lasciare eredi.

Dal 1960 al 1970 inizia la sua attività di ricomposizione del suo archivio fotografico dopo la restituzione di una parte dei suoi negativi da parte della DDR. I suoi materiali sono attualmente conservati presso l’Archivio del Bauhaus a Berlino, presso la Fotostiftung di Winterthur e il Musée de l’Elysée a Losanna.

La mostra presenta per la prima volta – in maniera così articolata  più di cento fotografie, fra cui diversi vintage.

 

 LABORATORI DIDATTICI al m.a.x.museo

Come in ogni esposizione il m.a.x.museo organizza laboratori per bambini e adulti.
In occasione della mostra dedicata a Lucia Moholy vengono proposti tre temi:

1. I RITRATTI FOTOGRAFICI

Divertiamoci con le nostre macchine fotografiche e realizziamo un ritratto del nostro migliore amico. E poi? Giochiamo a trasformarlo come i grandi fotografi hanno fatto nelle loro opere. E allora, siete pronti a scattare?

2. FOTOGRAFARE GLI OGGETTI

L’uomo si è sempre servito delle immagini per comunicare. Oggi viviamo nel mondo  dell’immagine e la fotografia, in particolare, è lo strumento a cui viene affidata la veicolazione di messaggi immediati e spesso d’effetto. Proviamo a raccontare la storia di un oggetto? Giochiamo a far parlare le fotografie!

3. I COLLAGES FOTOGRAFICI

Nelle riviste di moda, di viaggi e di arredamento troviamo davvero molti spunti per creare il nostro inconsueto collage… Quindi, forbici alla mano, sfogliamo, tagliamo e incolliamo per creare la nostra opera. E se alla fine aggiungessimo anche un materiale?

 

I laboratori didattici sono rivolti a:

  • Classi delle scuole dell’obbligo: si tengono in orario scolastico durante la settimana, dal lunedì al venerdì

  • Bambini e adulti: sabato e domenica ore 15-17 e mercoledì pomeriggio (minimo 15 iscritti). Iscrizioni presso il m.a.x.museo.

Tutti i laboratori si svolgono presso il m.a.x.museo nell’arco di 2 ore circa con gruppi scolastici di minimo 15 e massimo 25 partecipanti, mentre per gruppi liberi si richiede un minimo di 15 presenze.  L’attività sarà seguita da una visita “attiva” alla mostra (anche in questo caso con criteri diversi a seconda del gruppo di partecipanti). Il costo complessivo per laboratorio è di CHF 10.- a bambino, il materiale viene messo a disposizione dal museo.

I laboratori sono svolti da operatori didattici con certificato del Percorso Formazione Specialistica rilasciato dall’Associazione Bruno Munari.

 

biografia

 

 





Casa dei maestri del Bauhaus, Dessau
,
1926



Edificio del Bauhaus, lato sud, Dessau, 1927



Marianne Brandt: teiera, lattiera, zuccheriera 1924




Ritratto di Florence Henri, 1927



László Moholy-Nagy, 1926



Autoritratto, 1930
m.a.x. museo
Via Dante Alighieri 6
CHIASSO

Dal 25.11.2012  –  31.01.2013
Orari:  MA-DO 10.00-12.00
                          15.00-18.00
Chiuso il lunedì
FESTIVITA
APERTO
SA  08 12 2012
ME  26 12 2012
DO  06 01 2013
CHIUSO
MA 25 12 2012
MA 01 01 2013



       
www.maxmuseo.ch
Tel +4191 682 56 56
info@maxmuseo.ch


entrata             CHF  10.-  EUR   8.-
ridotti*              CHF    7.-  EUR   5.-
gruppi**            CHF    5.-  EUR   4.-
Chiasso card     50%

Gratuito
bambini fino a 7 anni
Associazione “Amici del Museo”


cumulativo = m.a.x.museo + Spazio Officina
entrata           CHF   12.-  EUR  10.-
ridotti*            CHF   10.-  EUR    8.-
gruppi**          CHF     7.-  EUR    5.-
Chiasso card  50%
 
* ridotti: pensionati AVS/AI e studenti  
    Associazioni convenzionate
    VISARTE, ICOM,
    passaporto Musei svizzeri

**gruppi = minimo 15 persone
   e scolaresche



Visite guidate:
DO 25 11 2012 ore 11 

DO 20 01 2013 ore 11


presentazione de
l catalogo
Lucia Moholy

GIO 10 01 2013  ore 20.30

Laboratori per bambini, ragazzi e adulti

 

ENTRATA  GRATUITA
DO 02 12 2012 

DO 06 01 2013 

  Stefania Gurdowa

Il doppio volto/Sommersi e salvati

 

"Che cos'è la Storia? Non è forse semplicemente quel tempo in cui non eravamo ancora nati?"

Roland Barthes

 

Figlia di un maestro di musica delle antiche miniere di sale della Bochnia, nata a Debica nel 1888 - nel sud della Polonia -  ha imparato l'arte fotografica di studio, in un’epoca in cui, i primi decenni del Novecento, ognuno poteva onorarsi - spesso per la prima volta - di un ritratto.  
Figura tenace, Stefania Gurdowa fu una fotografa abituata a ricominciare da capo la sua vita e la sua attività.
Ricominciò dopo il divorzio dal marito, sola con la figlia Zosia ed un pianoforte come unico arredo o anche dopo che i nazisti requisirono il suo studio, in Slesia. Nel dopoguerra si occupò anche della nipote, Basia, prima che anch’essa raggiunga la madre in Francia.           
Stefania Gurdowa si spense nel 1968 ed il suo immenso archivio andò disperso. Scarni dati biografici, per una donna che assunse, forse inconsapevolmente, il compito di ritrarre una società - quella polacca tra gli anni Venti e Trenta per quanto ci riguarda - prima delle pesanti distruzioni del secondo conflitto mondiale. Una donna che nascose in un muro una scatola di negativi su vetro, tutelandoli dall'oblio.

Oggi, nella riproduzione di queste lastre di vetro, gran parte della tensione visiva é data dalla doppia presenza, due volti per quelle che erano due stampe distinte. Inizia qui un gioco involontario di coppie. A volte si tratta del medesimo ritratto leggermente divergente, altrove troviamo figure somiglianti di cui si indovina la parentela, in altre occasioni persone estranee tra di loro, in un fertile contrasto visivo. In rari casi, rovesciate rispetto all'altro, come carte da gioco. Un'inconciliabilità involontaria quanto espressiva.

Nell'insieme, nei ritratti domina lo sguardo fisso del raffigurato, leggermente timoroso, prevalentemente senza espressione - una sorprendente fissità quasi seriale sottolinea lo scenario scabro, sobrio fino al minimalismo. Tutti caratteri che danno al lavoro della Gurdowa un sapore concettuale, quasi contemporaneo. Persino le macchie, le tracce delle muffe creano un'involontaria e suggestiva cornice.

Sembra quasi che ogni persona, di età e di ceto differente della Polonia del tempo, abbia sentito la necessità di porsi davanti alla Gurdowa - il cui sguardo ha una stupefacente capacità di uniformare, di livellare ad un piano medio le differenze. Con costanza democratizzante, il suo sguardo unisce, ed una volta raggiunta l'uniformità, non rimane che affidarsi ad unico dato: la variabilità dei dettagli. Un bottone sul cappotto nero profondo, un nodo della cravatta, un taglio di capelli; il disegno di un tessuto, la veste troppo grande di un ragazzo. In questo senso é il trionfo del punctum teorizzato da Roland Barthes - dell'interesse del dettaglio, un interesse pungente "che, partendo dalla scena, come una freccia, mi trafigge"[1].

Ed ancora. Emergono le domande che quasi non osiamo farci, sul destino, su ciò che é successo dopo lo scatto. Che fine hanno fatto quegli uomini, quelle donne e quei bambini? Da lì a poco la Polonia sarà scenario di vicende atroci, stretta tra due totalitarismi - con vicende in cui l'uomo sembra aver perso ogni contorno alla sua umanità.

Ma come denominare l'insieme dei volti: come rendere giustizia a coloro che possiamo rivedere, ma anche a quelli di cui non rimane neppure un traccia. Come denominare quel frammento, segmento arbitrario quanto significativo della società polacca del tempo, prima del diluvio della storia, prima dell'apocalisse. Dolorosamente, ho rievocato quel "sommersi e salvati", di Primo Levi che è, ancora oggi, una delle voci attraverso cui leggere quel grande dramma.

Se infatti molta parte del suo archivio é stata distrutta siamo confrontati ad una sfida ed a un dubbio: perché proprio quell'insieme di negativi è arrivato fino a noi? E' un tentativo di salvare qualcuno da qualcosa? A chi appartiene quel volto che non deve essere visto e riconosciuto? Quale é il compito (morale) affidatoci dalla Gurdowa?

Gian Franco Ragno


[1] Roland Barthes, La camera chiara, Torino, Einaudi, 1980 (Ed. Or. La chambre claire, Paris, Gallimard, 1980), p. 28




biografia














courtesy
Fundacja Imago Mundi 
Krakow (Poland)

http://www.imagomundi.pl

  Leonilda Prato

operaia della fotografia democratica

 

 

Non è facile, al giorno d’oggi, immaginare l’atmosfera che si respirava in uno dei numerosi mercati all’aperto che si tenevano in città e cittadine dell’Italia del Nord o della Svizzera nei primi decenni del Novecento. Tra venditori di mercanzie di ogni genere, imbonitori e mendicanti, non mancavano attrazioni in grado di suscitare l’interesse dei frequentatori abituali di questi microcosmi che, di giorno in giorno, di settimana in settimana, di stagione in stagione, si componevano per subito dissolversi e magari ricomporsi a non molti chilometri di distanza secondo geometrie effimere e sempre diverse. Tra maghi in grado di compiere prodigi sorprendenti, fattucchiere che predicevano il futuro, mostri il cui aspetto poteva far nascere profondi dubbi sull’integrità del genere umano, acrobati capaci di sfidare le principali leggi dell’equilibrio e musicisti le cui melodie riuscivano a far scordare almeno per un momento gli assillanti problemi quotidiani, il fotografo ambulante aveva un suo posto di riguardo. Le immagini che scattava di fronte a fondali raffazzonati, che tentavano di riprodurre la signorilità all’ultima moda degli studi dei suoi colleghi stanziali delle grandi città, erano merce pregiata per chi non poteva permettersi di meglio. I fotografi ambulanti si facevano così in primo luogo alfieri indiscussi di quella «democratizzazione del ritratto» che aveva costituito uno dei principali motivi di successo della fotografia fin dai suoi esordi. Per una decina d’anni, tra fine Ottocento e l’inizio del secolo scorso, Leonilda Prato vive nel bel mezzo di questo mondo di ambulanti, spostandosi senza tregua tra il Piemonte, la Lombardia e la Svizzera romanda. Partita dal suo villaggio di Pamparato, in provincia di Cuneo, dove era nata nel 1875, insieme al marito Leopoldo, fisarmonicista con gravi problemi di vista che lo condurranno ben presto alla cecità, Leonilda per diverso tempo non fa altro che accompagnarlo alla chitarra e al canto. La leggenda vuole che sia proprio durante un soggiorno in Svizzera, nel canton Vaud, che la donna apprenda i rudimenti della fotografia da un artigiano austriaco che piazzava il suo treppiede in ogni villaggio della regione. Leonilda impara presto, si procura la necessaria attrezzatura (all’epoca si lavorava ancora con grosse macchine artigianali in legno, caricate con pesanti lastre di vetro di 13x18 o addirittura 18x24 cm) e si «inventa» così un’attività autonoma che continuerà ad esercitare, con ritmi e necessità diverse, fino a poco prima della morte, avvenuta nel 1958. Questo mestiere si rivela del resto anche un affare relativamente redditizio, se pensiamo che quando - dopo la nascita dei primi due figli - la coppia sarà costretta a tornare a una vita sedentaria, grazie al gruzzolo messo da parte Leonilda potrà aprire una merceria nel suo villaggio natale. Un successo imprenditoriale che di certo non rappresentava la norma in questo campo[1], ma al quale si può pensare abbia contribuito in misura determinante il fatto che fosse una donna a vestire i panni solitamente maschili del fotografo. Una peculiarità di sguardo e di affinità che si ritrova senza dubbio nei ritratti femminili, oggi conservati nell’archivio depositato presso l’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea in Provincia di Cuneo[2], caratterizzati da una particolare cura per l’aspetto vestimentario e per gli accessori che spesso forniva personalmente ai suoi soggetti. Una caratteristica che di certo distingue la sua opera da quella dei suoi colleghi maschi, ma che non ne fa un’interprete particolarmente «frivola» di un’arte che, all’epoca almeno, è caratterizzata in primo luogo dalla rigida riproduzione di modelli estetici e di composizione che si ritrovano con pochissime variazioni nelle immagini di fotografi di regioni, e soprattutto di status sociale, molto distanti tra loro. Il fatto che le circa tremila lastre impressionate da Leonilda Prato giunte fino a noi non siano né datate né catalogate, non ha finora permesso, nonostante le importanti testimonianze raccolte, di seguire secondo criteri certi l’evoluzione della sua produzione, distinguendo in particolar modo la sua fase di ambulante da quella stanziale[3]. Le immagini in mostra sono quindi state scelte con motivazioni essenzialmente estetiche e al tempo stesso intendono rappresentare i diversi generi di ritratto che ricorrono nell’opera di Leonilda Prato. Un «campionario» che si rivela estremamente ricco e interessante, anche perché dimostra come la fotografa fosse in grado di trasporre alcuni aspetti provenienti dalla tradizione «alta» a livelli delle classi sociali più modeste che costituivano la stragrande maggioranza della sua clientela. L’esempio più significativo in questo senso è costituito dalla fotografia che ritrae due ragazze (sorelle?) vestite con abiti molto simili intente a scambiarsi un libro aperto al di sopra delle acque di una piccola cascata che, un paio di metri sotto di loro, si getta in una pozza[4]. Questa immagine conferma la grande abilità della fotografa nel saper gestire queste non sempre facili situazioni «en plein air» che nel suo archivio fanno il paio con quelle invece più controllabili, nelle quali Leonilda fa uso di fondali che crea lei stessa (con panni, lenzuola o con la sua coperta decorata con la scritta «Fotografia Prato») o già esistenti (muri, porte). Al di là del simbolismo dell’acqua che scorre come immagine del tempo che passa, emerge in questo caso l’idea della giovane donna colta che, nemmeno nel contesto bucolico che la circonda, rinuncia ad istruirsi. Un’immagine di certo veicolata da modelli più «nobili» ma che Leonilda mette in scena con accuratezza ed efficacia, rivelandosi a pieno titolo quell’«operaia della fotografia» che - come evidenzia Alessandra Demichelis - «non amava sperimentare, né giocare con i suoi soggetti, tanto che ad uno sguardo superficiale i suoi ritratti possono apparire perfino monotoni. Raramente si concedeva un divertissement, o quantomeno una variante e tuttavia, al di là del fatto che fossero voluti o frutto della casualità, alcuni esiti sono a dir poco bizzarri quanto non decisamente comici».[5] Due aspetti perfettamente complementari della sua opera che la nobilitano e la rendono ancora più interessante ai nostri occhi: quantitativamente parlando si tratta di un insieme omogeneo da cui si possono dedurre regole di composizione e di messa in scena che valgono anche per altri fotografi coevi; dal punto di vista qualitativo si delineano invece opere di innegabile originalità che danno spessore alla personalità di Leonilda Prato: insostituibile testimone di un’epoca in cui la fotografia riusciva ancora a cogliere ogni aspetto - e ogni mutamento - dell’esistenza umana.
Antonio Mariotti



[1] Basti pensare a quanto accadde, ad esempio, più o meno nella stessa  epoca al fotografo ambulante bleniese   Roberto Donetta: cf. Antonio Mariotti, «L’immagine di un fotografo», in Roberto Donetta, pioniere della fotografia nel Ticino d’inizio secolo, a cura di Marco Franciolli, Charta, Milano, 1993.

[2] Al quale si deve l’unica mostra di tipo storico finora realizzata sulla figura di Leonilda Prato e l’unica pubblicazione a lei dedicata: Lo sguardo di Leonilda. Una fotografa ambulante di cento anni fa, a cura di Alessandra Demichelis, Eventi, Cuneo, 2003.

[3] Come afferma Alessandra Demichelis nel testo compreso nel volume citato alla nota precedente, è molto probabile che i fotografi ambulanti consegnassero ai propri clienti, oltre alle stampe su carta, anche la lastra originale.

[4] Riprodotta a pag. 81 del volume citato alla nota 2.

[5] Ibdidem, pag. 66.




biografia







Leopoldo e Leonilda Prato











Istituto storico della resistenza e della società contemporanea in Cuneo e provincia

http://www.istitutoresistenzacuneo.it/


in  mostra saranno esposte stampe contemporanee a getto d'inchiostro, da lastre in vetro originali.
(stampate da Seti Sagl R.Mucchiut, Agra)
  biografie    

 

 

Lucia Moholy
(nata Schultz, Praga, 1894 – Zurigo Zollikerberg, 1989)

Fotografa, scrittrice e insegnante. Viene troppo spesso confusa con il marito, l’artista Lázló Moholy-Nagy, mentre lei ha una personalità forte e specificatamente dedita alla fotografia.  La sua opera è parte integrante dell'avanguardia fotografica tedesca e facente parte della corrente della “nuova oggettività” Neue Sachlichkeit.

Comincia a dedicarsi alla fotografia nel 1922 a Weimar, aiutando il marito nelle sue formulazioni teoriche e negli e, sperimenti fotografici. Segue un periodo a Lipsia (con Walter Peterhans) e quindi a Dessau dove abita ed ha in proprio studio in una delle case dei Maestri del Bauhaus.  E’ la prima fotografa degli edifici della scuola del Bauhaus, sperimentando nuove riprese si dedica anche al ritratto di artisti. Rimangono importantissimi -perché ne sanno esprimere anche la personalità ed il carattere- i suoi ritratti di Walter Gropius, di Georg Muche, di Johannes Itten, di Franz Roth, di Nelly e Theo van Doesburg,  di Anni Albers, di Florence Henri, di Nina e Wassilly Kandinsky, di Julia Feininger, di Otti Berger,  di Heinrich Jacoby, di Lilly e Hans Hildebrand e di Paul Klee nel suo atelier.  

Lucia Moholy sa esprimere la personalità del soggetto con piani ravvicinati e inusuali (spesse volte inclinati) e nella ritrattistica coglie attentamente solo alcuni tratti  caratteristici della fisionomia, come la bocca, il naso o gli occhi. Le sue immagini si distinguono per una modernità inaudita.

Successivamente prende parte alle esposizioni Neue Wege der Photographie (Nuove vie della fotografia, Iena, 1928) e partecipa all’esposizione Film und Foto (Stoccarda, 1929), quindi insegna a Berlino. Nel 1933 -chiuso il Bauhaus- emigra a Praga, Vienna passando un periodo anche in Yugoslavia, quindi a Parigi e stabilendosi poi a Londra (1934-39), dove apre uno studio di estetica e di posa, si distingue  come scrittrice e ritrattista.  Partecipa da intellettuale anche al lato teorico della fotografia, scrive numerosi articoli e nel 1939 pubblica “A Hundred Years of Photography, 1839-1939” (Harmondsworth 1939) una storia culturale della fotografia che rimarrà antesignana dello specifico settore. Tiene conferenze sulla scuola del Bauhaus e sulla storia sociale della fotografia alla London School of Printing and Graphic Arts e alla Central School of Arts and Crafts. Nel 1946 Lucia Moholy diventa il responsabile cinematografico dell’UNESCO, in particolare per i paesi del Medio Oriente e nel 1963  dirige l’Archivio storico culturale di Istambul e Ankara.

Cresciuta fra uomini di talento e carattere, Lucia Moholy si separa dal marito e, dopo diverse dimore, decidere di venire a vivere in Svizzera a Zurigo (Zollikon)  dove continuerà la sua attività di fotografa e soprattutto di pubblicista nell’ambito della critica d’arte e della pedagogia dell’arte.

Dal 1960 al 1970 ricostruisce il suo archivio fotografico dopo la restituzione di una parte dei suoi negativi da parte della DDR, i suoi materiali sono attualmente conservati presso l’Archivio del Bauhaus a Berlino, presso la Fotostiftung di Winterthur e il Musée de l’Elisée a Losanna.

Lucia Moholy muore a Zurigo il 17 maggio 1989 senza lasciare eredi.

 

 

 

       
  Leonilda Prato

(nata Prato) (Pamparato 1875-1958)
Nasce a Pamparato, paesino di montagna in provincia di Cuneo, figlia di una tessitrice e di un calzolaio.
A 21 anni si innamora e sposa il compaesano Leopoldo, musicista colto ed inquieto.
I
nsieme partono avventurosamente a piedi per raggiungere piazze e mercati di Piemonte e Lombardia fino in Svizzera, nel Canton Vaud, suonando lui la fisarmonica e lei la chitarra.

A Losanna, intorno al 1900, incontra un fotografo di origini austriache che le insegna il mestiere e che le procura un apparecchio fotografico. Leonilda scopre la fotografia e diventa una fotografa ambulante.
Da quel momento, pur continuando a seguire il marito e nonostante la famiglia si fosse allargata con l’arrivo di 4 figli, comincia l'attività di fotografa specializzata in ritratti.
Il ricco fondo fotografico di Leonilda Prato, composto da ca 3000 lastre di vetro di vario formato, è stato donato dal nipote sig. Mauro Uberti all’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo, dove viene accuratamente conservato.

Bibliografia:“Lo sguardo di Leonilda, una fotografa ambulante di 100 anni fa” curato da Alessandra De Michelis ed edito da Associazione Più Eventi, Cuneo







   
 

Stefania Gurdowa
(nata Czerny) (Bochnia, 1888 – 1968)

Fotografa polacca. Figlia di un maestro di musica in una miniera di sale, anch’ella musicista e suonatrice di zither. Si formò nella città natale e poi a Lwow, oggi Lemberg. Dal 1921 al 1937 ebbe il proprio studio fotografico – dato insolito per una donna - a Debica, muovendosi a Mielec e Ropczyce, fuori dal circuito delle grandi città.
Durante l’invasione tedesca, lo studio viene requisito dai nazisti. Nel 1944,  un attentato fallito al passaggio in treno di Hans Frankl, governante tedesco della Polonia, causa una rappresaglia tra la popolazione locale; cinquanta vengono incatenati ai binari e trucidati al passaggio del convoglio.
Nel 1945 divorzia dal marito Kazimierz Gurda, e lascia Debica, con la figlia Zosia ed un piano. Nei tardi anni Trenta si stabilisce in Slesia. Dopo la Guerra, la figlia Zosia emigrò in Francia. Stefania Gurdowa rimase in Polonia, a Lodygowice vicino Zywiec, ad occuparsi della nipote Basia – prima che anch’ella raggiunga la Francia e la madre.
L’archivio, dopo la morte della Gurdowa, fu disperso e perduto. I negativi oggetto dell’esposizione sono stati ritrovati nel 2001 a Debica, in un  muro nello studio – non si conosce il motivo di tale precauzione  - ma se ne intuisce immediatamente il grande valore simbolico.
Si tratta di ritratti anonimi, asciutti ed  espressivi che vivevano nei decenni negli anni Venti e Trenta. Sposi, passanti, preti, giovani ed anziani, donne e uomini, polacchi ed ebrei e giovani – ogni soggetto sembra testimone silenzioso di un mondo prima della tempesta, dell’inferno della guerra e dell’occupazione, ed infine, dell’Olocausto.
Bibliografia: Negatives are  to be stored. Photographs by Stefania Gurdowa, Fundacja Imago Mundi, Muzeum Etnograficzne
im. Severyna Udzieli w Krakowie, 2001